Rimonta più veloce Romney o l’occupazione che aiuta Obama?

Barack Obama stava sprofondando nelle sabbie mobili del post dibattito e come in un film è spuntata una mano inaspettata alla quale aggrapparsi, i dati sulla disoccupazione. I numeri illustrano un trend positivo nel contesto di un’economia debole, con percentuali di crescita che non prometteranno un ritorno alla piena occupazione in meno di dieci anni, di questo passo: scrutati da vicino, i dati pubblicati ieri sono ottimi; facendo qualche passo indietro si scopre che il quadro complessivo continua a essere deprimente.
17 AGO 20
Immagine di Rimonta più veloce Romney o l’occupazione che aiuta Obama?
New York. Barack Obama stava sprofondando nelle sabbie mobili del post dibattito e come in un film è spuntata una mano inaspettata alla quale aggrapparsi, i dati sulla disoccupazione. I numeri illustrano un trend positivo nel contesto di un’economia debole, con percentuali di crescita che non prometteranno un ritorno alla piena occupazione in meno di dieci anni, di questo passo: scrutati da vicino, i dati pubblicati ieri sono ottimi; facendo qualche passo indietro si scopre che il quadro complessivo continua a essere deprimente. Dalla scelta della prospettiva dipende il conflitto delle interpretazioni fra Obama e Romney. Il tasso di disoccupazione è sceso al 7,8 per cento, il dato migliore dal gennaio 2009, quando Obama si è insediato alla Casa Bianca. Nel febbraio di quello stesso anno, il primo mese dell’effettiva gestione presidenziale, è salito all’8,3 per cento, il che permette al presidente di dire, da qui alle elezioni del 6 novembre, che la disoccupazione è più bassa rispetto a quando ha preso in mano il paese. Non è una cosa da poco. I dati del Bureau of Labor Statistic vanno interpretati, e non sempre il tasso di disoccupazione in calo significa che il mercato del lavoro si sta riprendendo, ma nei dati di ieri ci sono almeno due aspetti che rendono il report una reale buona notizia per il presidente. Primo: le revisioni dei posti di lavoro creati a luglio e agosto. Entrambi i mesi sono stati rivisti al rialzo, con agosto che è risalito dalla pessima quota di 96 mila posti a quella accettabile di 142 mila. Secondo: la diminuzione sotto la soglia psicologica dell’8 per cento non deriva dall’uscita degli americani dalla “forza lavoro”, cioè dal bacino di chi cerca attivamente un’occupazione e rientra sotto la categoria formale di “disoccupato”. Ci sono 2,5 milioni di americani che non hanno un lavoro ma nelle quattro settimane precedenti al censimento non lo hanno cercato, o perché sono scoraggiati dal mercato o per altri motivi. Gli scoraggiati, categoria fondamentale per capire da che parte tira il vento, sono diminuiti sensibilmente rispetto a un anno fa, cosa che Obama ha sottolineato, ma con un tocco di prudenza presidenziale: “Troppa gente è ancora disoccupata”.
Che il report di ieri abbia avuto un effetto politico dirompente lo si evince dalle reazioni nervose, e persino cospirazioniste, che sono circolate dalla prima mattina. Jack Welch, ex ceo di General Electric, su Twitter ha scritto: “Numeri incredibili. Questa gente di Chicago farebbe di tutto. Non sono capaci di fare un dibattito, e allora truccano i numeri”. Accusa pesantissima che ha immediatamente rinfocolato i critici di Obama, mentre Mitt Romney diceva che “questa non è una vera ripresa economica”. La domanda, in termini strettamente elettorali, è: la rimonta di Romney iniziata con il dibattito di Denver sarà più efficace e rapida dei benefici che la disoccupazione in calo porta a Obama? Gli strateghi repubblicani stanno lavorando in queste ore forsennatamente per capitalizzare il “momentum” del candidato, e sanno che molto della partita si gioca in questi giorni, fondamentali per dimostrare che il candidato ha messo a sistema l’ottima prestazione di mercoledì sera. Il grande restauratore di Romney è Ed Gillespie, lobbista in affari con Al Gore, fondatore del gruppo di pressione Crossroards Gps ed ex consigliere di George W. Bush che da settembre ha preso a plasmare a tempo pieno il nuovo corso di Romney e ora fa leva sul dibattito di mercoledì per lanciare “un grande cambiamento nella dinamica elettorale”. Lunedì il candidato farà in Virginia un discorso di politica estera sul quale Gillespie e i suoi puntano molto e alle spalle dello stratega c’è il suo complementare, quel Karl Rove che dalla zona d’ombra dei Super Pac procura alla campagna di Romney i finanziamenti necessari per dare sostanza alla rimonta.